ROMA – La penuria di materie prime, poi il caro energia, ora la variante Omicron del coronavirus. Il 2021 – che pure regalerà all’Italia una ripresa record del Pil a più 6,4% – potrebbe chiudersi con una pericolosa nota di pessimismo. Colpa di questo cocktail di elementi negativi, ben tre, che sposta in avanti l’ora della liberazione dalle incertezze. Così il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco.

Nell’analisi “Congiuntura flash” di ieri, il Centro Studi di Confindustria accarezza un sogno. A marzo 2022, il nostro Paese potrebbe tornare ai livelli di ricchezza nazionale, di Pil, toccati prima della pandemia. Ma questo risultato – che l’accelerazione del 2021 ci prometteva – è tornato difficile. Già l’ultimo trimestre del 2021 registra un «rallentamento», in parte prevedibile.
L’impennata del prezzo del gas (più 430% quest’anno) è una cattiva notizia per imprese e famiglie italiane che basano il 42% dei consumi energetici proprio su questo combustibile (la Germania è al 26%). E se le nostre aziende sono già in affanno, la difficoltà si sta riversando sulle famiglie che spendono l’8,3% dei loro soldi proprio in energia (a partire dal riscaldamento delle case). I consumi e gli acquisti degli italiani, che sono in costante recupero tra terzo e quarto trimestre del 2021, rischiano un vistoso colpo di freno a inizio anno.

L’altra incognita è il turismo. In queste ore, il traffico aereo nazionale resta sostenuto e le famiglie non rinunceranno ai viaggi programmati per il ponte dell’8 dicembre. Aerei, treni, auto si sposteranno senza ripensamenti. Ma la stagione invernale, che già registrava svariate disdette alla ripresa dei contagi ordinari, osserva con paura l’arrivo della variante Omicron. Dieci milioni di persone – stima Coldiretti – decideranno all’ultimo momento se passare Natale e Capodanno in casa, oppure fuori.

Mentre la scarsità di chip e materie prime zavorra l’export italiano, piatto a settembre dopo mesi di recupero, chi ha dei soldi cerca di metterli sotto il mattone più sicuro. In Europa e in Italia gli investitori tornano a voltare le spalle ai mercati azionari, che nella sola giornata di venerdì hanno perso per strada 390 miliardi. Anche le materie prime e le insidiose criptovalute vengono salutate, in favore di porti meglio protetti.

Come le obbligazioni governative di Stati Uniti e Germania – ma gli stessi Btp italiani hanno vissuto un corposo rally di acquisti – come le valute di comprovata solidità (franco svizzero e yen giapponese). Intanto il prezzo del petrolio venerdì è andato in caduta libera (meno 13% a New York, con il Wti poco sopra i 68 dollari a barile). È un altro segnale che le imprese mettono nel conto di riportare al minimo dei giri almeno alcuni dei loro impianti. È il suggello dei timori di rallentamento globale del ciclo economico (almeno a botta calda, dopo le prime notizie sui contagi da Omicron).
In questo clima incerto, si torna a guardare alle istituzioni-paracadute dell’Europa, a partire dalla Bce.

La politica espansiva della Banca Centrale – sottolinea ancora Confindustria – ha avuto un peso decisivo nella ripresa del nostro Paese. A fine settimana il rendimento dei Btp decennali si è riportato di un soffio sotto la soglia dell’1%. E i mercati si aspettano che i tassi di interesse non verranno toccati qualora il quadro generale (macro) dovesse peggiorare. Difficile fare ora previsioni sul programma di riacquisto di obbligazioni della Bce – il Pepp – che si concluderà a marzo 2022. Se la congiuntura dovesse peggiorare, anche questa scadenza potrebbe slittare più in avanti.

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