TORINO – La corsa verso i mezzi solo elettrici e lo stop alla vendita di auto a benzina, diesel e ibride avrà affetti «oltre misura sui costi delle imprese, producendo tagli» e ricadute negative sull’occupazione in Europa. L’avvertimento lanciato dal Ceo di Stellantis, Carlos Tavares, alla Reuters Next Conferences riapre il dibattito, economico e politico, sulla data del 2035 per l’abbandono dei motori tradizionali e il passaggio al full electric. Si traduce in due numeri: 60 mila posti bruciati in Italia e mezzo milione in Europa nella filiera powertrain.

L’addio nel giro di meno di quindici anni vorrebbe dire, solo a livello italiano, la perdita di circa il 37% degli addetti nella componentistica per l’Anfia, l’associazione del comparto. Nasceranno nuove figure nella progettazione, nell’energia e nel software, ma il saldo rimarrà negativo. La filiera auto oggi impiega 160 mila persone, fattura quasi 50 miliardi ed è composta da 2.200 imprese. Di queste circa un quinto saranno a rischio: 450 aziende, soprattutto nel settore motori e meccanica, potranno sparire. Il presidente dell’Anfia, Paolo Scudieri, ha più volte sottolineato la necessità «di rallentare, frenare, rivedere le date ipotizzate».

Per fare un’auto elettrica sono necessari circa il 30% in meno di componenti, a partire dal motore – si pensi alle aziende che fanno pistoni – e dal cambio. Non c’è poi bisogno dell’iniezione e del raffreddamento. Sono mezzi che si assemblano in minor tempo. Una situazione che a livello europeo metterebbe a rischio oltre mezzo milione di addetti rispetto ai 3,5 concentrati, oltre che in Italia, in Spagna, Francia, Germania e nell’Est Europa. Senza scordarsi le produzioni in Gran Bretagna. Secondo un’indagine che uscirà la prossima settimana di “strategy&” per Clepa, l’associazione europea della componentistica, mezzo milione di addetti sono a rischio. Persone che rimarranno senza lavoro dal 2030 al 2035, quando l’impatto sarà più alto.

Nasceranno 226 mila nuovi posti di lavoro nel campo batterie e motori elettrici, ma si stima comunque una perdita di 275 mila posti entro il 2040.

In apparenza l’auto elettrica è più semplice, ma con la road map immaginata dalla Ue si impone «all’industria automobilistica un’elettrificazione che comporta costi aggiuntivi del 50% rispetto a un veicolo convenzionale, e non c’è modo di trasferire i costi aggiuntivi al consumatore finale perché la maggior parte della classe media non sarà in grado di pagare», ha detto Tavares. Da qui i tagli all’occupazione. Una situazione che Stellantis, gruppo partecipato dalla holding Exor che controlla anche Repubblica, conta di assorbire «con una crescita di produttività del 10% nei prossimi cinque anni in un settore che è abituato a salire del 2-3%».

Una posizione in linea con l’asse che sta prendendo forma tra Italia, Francia e Spagna per chiedere di allungare i tempi. Paesi che attendono di capire la posizione del nuovo governo tedesco. Fronte che si oppone agli Stati che non hanno una filiera dell’auto, come ad esempio Belgio, Olanda, Norvegia e Lussemburgo.

I grandi gruppi provano a orientarsi. Dopo gli avvertimenti sul rischio elettrico per il comparto lanciati da Toyota, la Casa nipponica ieri ha detto di essere pronta ad abbandonare il tradizionale nel 2035. Un modo per allinearsi ai programmi di Volkswagen, Gm, Ford e Volvo, ma l’ad di Toyota Europe, Matthew Harrison, spiega a Bloomberg che «si aspetta progressi dal punto di vista delle infrastrutture e della capacità di energia rinnovabili».
 

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