È un caso clamoroso di cattiva coscienza e non possiamo dire di essere rimasti sorpresi, anche se preferivamo non dircelo: dalle pandemie non si esce da soli e, per sconfiggere un virus globale, bisogna sconfiggerlo globalmente. Invece, mentre nei Paesi ricchi ci ammucchiamo per fare le terze dosi, nei Paesi poveri il vaccino resta una chimera: sono state fatte più terze dosi nei paesi ricchi negli ultimi quattro mesi, che prime dosi nel resto del mondo in un intero anno. Più esattamente, 120 milioni di terze dosi da fine luglio e, nel resto del mondo, 60 milioni di prime dosi dallo scorso Natale. In altre parole, la variante Omicron ce la siamo meritata e non sarà l’ultima: anche se non tutto l’Occidente ha percentuali bulgare di vaccinati come l’Italia e il Portogallo (all’85 per cento), gli africani che hanno ricevuto il vaccino non superano il 6 per cento e la quota comprende anche il Sudafrica, dove i vaccinati sono un quarto della popolazione. Ci sono più No Vax in Europa che vaccinati in Africa.
Dall’America sono partite, quest’anno, 90 milioni di dosi verso l’Africa. Dall’Europa solo 36 milioni. Chi ha fatto di più (soprattutto in nome di una politica estera accattivante) è la Cina, con 103 milioni di dosi. Tuttavia, sono numeri modesti, anche se non si può più parlare, come nella scorsa primavera, di “nazionalismo vaccinale”. Anche negli Stati Uniti che, fino a giugno scorso, avevano sostanzialmente bloccato l’export di vaccini, dall’estate il flusso verso l’estero si è fatto consistente, benché gli americani non esportino più di un terzo dei vaccini che hanno a disposizione, mentre l’Europa è oltre metà. Ancora una volta, comunque, a far circolare complessivamente più dosi è la Cina (1,2 miliardi di fiale) contro gli 850 milioni dell’Europa e i 300 milioni dell’America.
Il problema, al di là della maggiore o minore generosità di Pechino, Washington o Bruxelles, è che non è facile individuare un modello economico che consenta la moltiplicazione della produzione e della distribuzione dei vaccini. Non c’è bisogno di invocare una grettezza di Big Pharma. Più che dalla protezione dei profitti, le esitazioni di aziende come Pfizer nascono dai rischi legati ad una significativa espansione della propria capacità di produzione di farmaci assai sofisticati, come quelli basati sulla tecnica genetica. Superata la pandemia, gli impianti dovrebbero andare incontro ad una riconversione né semplice, né scontata.
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03 Dicembre 2021
Ecco perché c’è chi invoca esplicitamente un intervento direttamente finanziario dei governi. Come per l’emergenza antibiotici – dove il ritorno finanziario non sembra giustificare, secondo molte aziende, l’impegno sulla ricerca di nuovi composti – anche, e a maggior ragione, nel vortice della pandemia i governi dovrebbero trovare il modo di sussidiare l’espansione produttiva dei vaccini, coprendo le aziende dal rischio di un futuro smantellamento degli impianti, a pandemia superata.
In realtà, questi nuovi impianti potrebbero anche non essere direttamente Pfizer o Moderna. Nella visione portata avanti dalla Commissione europea, Pfizer e gli altri dovrebbero limitarsi ad una cessione del know-how, lasciando ad altri imprenditori locali l’aspetto produttivo vero e proprio. Basterebbe per assicurare quella esplosione nella disponibilità di vaccini, necessaria per tenere a bada le inevitabili varianti del virus? Ed è tecnicamente possibile il trasferimento di know-how sofisticati come quelli che coinvolgono l’ingegneria genetica? Nonostante se ne parli da mesi e l’emergenza incalzi, sono domande tuttora senza risposta. Come è rimasta nel vago l’ipotesi più drastica, avanzata da Biden, della pura e semplice abrogazione dei brevetti (un processo, peraltro, destinato a prolungarsi nel tempo, vista la necessità di fronteggiare le varianti). Il problema è che Omicron dimostra che non si può restare nel vago. La questione “vaccini per tutti” è diventata decisiva.
