In Italia esistono 435 mila imprese che rispetto a prima della pandemia hanno aumentato il numero dei dipendenti. Lo hanno fatto in maniera sostanziale, passando da 5,4 a 7 milioni di addetti, il 28,5 per cento in più. Il dato potrebbe essere entusiasmante se non fosse per l’altra faccia della medaglia. Questo gruppo fa parte di un insieme ben più numeroso, il totale di 3,2 milioni di imprese con almeno un addetto che esistevano già nel 2019 e che sono sopravvissute agli ultimi due tormentati anni. Ebbene, tutte insieme hanno invece perso 1,3 milioni di dipendenti, scendendo a 16,1 milioni, il 7,6 per cento in meno. I dati sono stati elaborati per Repubblica Affari&Finanza da Infocamere, la società delle Camere di Commercio per l’innovazione e i servizi digitali, per rispondere alla domanda su quali fossero le imprese italiane capaci di assumere ai tempi del Covid. Ne è emerso un quadro ricco di spunti su cui riflettere, uno su tutti: il boom delle agenzie per il lavoro.

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I dati incrociati

Per elaborare i dati Infocamere ha incrociato le informazioni del Registro delle imprese con quelle provenienti dall’Inps. Si tratta dunque di fonti ufficiali, che restituiscono un universo un po’ più piccolo rispetto al totale dei lavoratori dipendenti censito dall’Istat. Tra giugno 2019 e giugno 2021, il punto di partenza e quello d’arrivo dell’analisi di Infocamere, l’Istat calcola infatti che il numero complessivo di lavoratori dipendenti sia cambiato poco, da 18,1 a 17,9 milioni (il totale degli occupati, che comprende anche gli autonomi, è invece diminuito di mezzo milione). Questo significa che gli 1,3 milioni di posti di lavoro persi nelle aziende del campione sono stati assorbiti in altro modo, da società sorte nel frattempo, dal pubblico, da altri enti o istituzioni, con un ricambio enorme.

Anche all’interno del campione i movimenti sono rilevanti. Guardando le 435 mila imprese “in crescita”, Infocamere osserva che quattro su cinque hanno meno di dieci addetti, ne hanno assorbiti in media due ciascuna, creando 690 mila posti di lavoro. Anche tra le 1.943 più grandi, con oltre 250 addetti, l’incremento è sostenuto, con quasi 290 mila addetti in più. In alcuni casi la creazione di nuovi posti di lavoro è apparente e riflette l’accorpamento di due diverse società. Non c’è dubbio però che la pandemia abbia evidenziato la divaricazione fra le aziende che viaggiano forte e quelle, più numerose, che faticano: “Esiste un nucleo di imprese, minoritario anche se di dimensioni non indifferenti, che anche in questo periodo ha registrato una forte crescita. È un fenomeno che si osserva ormai da tempo e che riflette le profonde trasformazioni del mondo produttivo, a cominciare dalla digitalizzazione”, dice Matteo Caroli, professore di gestione delle imprese internazionali alla Luiss.

Scorrendo l’elenco delle aziende che hanno aumentato il numero di dipendenti, il primo fattore che balza all’occhio è la massiccia presenza delle agenzie per la somministrazione di lavoro. In cima alla classifica si piazza Adecco: nel giugno 2019 era sotto i 50.700 addetti, all’inizio di quest’estate era oltre 59 mila. Non è l’unica: seguono GI Group, Synergie Italia, Randstad, Maw Men at Work e tante altre. I lavoratori a tempo determinato hanno pagato pduramente le prime chiusure, perdendo il posto alla scadenza dei contratti, e le agenzie non hanno fatto eccezione, arrivando quasi a dimezzare gli addetti. Oggi il numero complessivo degli addetti delle agenzie è tornato a volare, circa mezzo milione, e di questi quasi 350 mila sono assunti da quelle comprese tra le 435 mila aziende del campione Infocamere. Sono appena 147 ma hanno oltre 48 mila addetti in più rispetto a prima della crisi.

“C’è stato un forte cambiamento dei bisogni da parte dei clienti”, spiega Andrea Malacrida, amministratore delegato di Adecco Italia, “le imprese si chiedono come affrontare i cambiamenti che hanno di fronte e studiano come riadattarsi per muoversi verso i settori che crescono di più”. Pesa poi l’incertezza su che cosa riserva la quarta ondata: “In questi momenti la flessibilità la fa da padrona, è un fatto. A questo si aggiungono gli effetti del Decreto Dignità, che ha impedito di rinnovare un contratto a tempo determinato dopo 12 mesi. Siamo al punto che le imprese, quando vogliono confermare una persona in scadenza, ci chiedono di assumerla a tempo indeterminato, pur di non prendersi il rischio di assumerla direttamente in un momento delicato”, dice Malacrida, spiegando che quasi la metà dei dipendenti Adecco è a tempo indeterminato. Questo ha comportato dei cambiamenti anche per le agenzie: “Abbiamo spostato l’attenzione dalla ricerca del posto all’occupabilità dei nostri dipendenti. Puntiamo molto sulla formazione, per orientarli verso i settori che tirano di più”.

L’effetto pandemia

Sulla classifica delle 435 mila imprese che hanno assunto l’effetto pandemia è forte. Brillano il trasporto merci, il magazzinaggio, la logistica, i servizi sanitari. I numeri mostrano la fiammata delle costruzioni, anche se il numero uno – 142 mila addetti in più rispetto al 2019 – è il commercio al dettaglio. A contare sono soprattutto i supermercati, che continuano a espandere i punti vendita. Nella Top 100 figurano tra gli altri Lidl, Esselunga, Eurospin, Bennet, MD, Aldi, e non manca Amazon, salita da oltre 3.300 a più di 5.900 addetti. Quel che latita ai piani alti della classifica è il mondo delle tecnologie. Ci sono alcuni casi importanti, la trentina Gpi che fa servizi digitali per la sanità e la giapponese Ntt Data, che in Italia ha raggiunto i 460 milioni di fatturato, in due anni ha assunto un migliaio di persone superando quota 4 mila e si dice intenzionata ad accelerare ulteriormente. Supporta le aziende nella realizzazione delle infrastrutture digitali ed è affamata sia di giovani laureati che di professionisti con esperienze di cloud, blockchain, cybersecurity, analisi dei dati. Sono pochi i grandi gruppi industriali, nonostante le grandi sfide in atto. Verso il fondo della Top 100 spiccano alcuni casi. Fincantieri è salita di 645 addetti (a 8.635), un numero che riflette il saldo fra le uscite e 1.040 assunzioni, alle quali se ne aggiungono 450 nelle controllate. Il gruppo cantieristico ha dovuto accompagnare lo sviluppo nei suoi nuovi business, le infrastrutture, la logistica, l’elettronica. Anche Leonardo è cresciuta, 620 persone in più a 30.050, inserendo ingegneri, analisti dati, specialisti di intelligenza artificiale, cybersecurity. Funzioni che ovviamente servono a tante aziende che però, in un panorama dove scarseggiano i grandi gruppi, faticano a fare massa.

“In realtà in Italia esistono alcune filiere produttive ad alto valore aggiunto, i macchinari, l’energia, la gestione dei rifiuti, che con i giusti investimenti possono rappresentare casi di eccellenza”, dice Matteo Caroli, rilevando che aiutare queste filiere a crescere a livello internazionale “creerebbe le condizioni per attirare più lavoratori qualificati”. L’economista della Luiss avverte che le trasformazioni non sono indolori e avranno un impatto sull’occupazione, che bisognerà gestire: “Ci può aiutare il Pnrr, se guardiamo al di là dei fondi da spendere e lo consideriamo l’occasione per superare le difficoltà che frenano la creazione di nuove imprese e i nuovi investimenti, come la lentezza della pubblica amministrazione e dei tribunali. Se con le riforme ritroviamo competitività, il lavoro nascerà”.

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