

Il ministro del Welfare Andrea Orlando
Andrea Orlando capisce, trova legittimo, ma non condivide.
Da ministro del Lavoro (Pd), lei non condivide il sciopero generale indetto da Cgil e Uil perché il garante ha detto che il 16 dicembre non è il giorno giusto?
«Guardi — risponde Orlando —. Si è voluto costituire la commissione di garanzia dell’attuazione della legge sul diritto di sciopero per sottrarre queste questioni al dibattito politico. Non commento ciò che dice il garante».
Trova che anche Cgil e Uil dovrebbero attenersi?
«Non c’è una norma giuridicamente vincolante. È un’indicazione di cui si può tenere conto oppure no».
Sul merito, lei trova uno sciopero contro la legge di bilancio comprensibile?
«Si è giocato molto in questi giorni sul capire e non capire, sul sorprendersi oppure no. A me oggettivamente non sorprende che il sindacato riceva una pressione molto forte affinché assuma un’iniziativa. C’è un evidente malessere nella società, anche perché la pandemia ha reso evidenti le distorsioni del mercato del lavoro e le dimensioni del lavoro povero».
Dunque le ragioni per indire uno sciopero c’erano?
«Voglio dire che capisco che la pandemia abbia aggravato diseguaglianze già intollerabili e che i dati della ripresa nascondano ancora forti elementi di precarietà. In fondo proprio il Covid-19 ha creato una nuova consapevolezza degli errori insiti in alcune scelte fatte sui sistemi di welfare e sul mercato del lavoro negli ultimi vent’anni. E capisco che tutto ciò sia fonte di grande tensione sociale, in Italia e in tutta Europa».
Allora dov’è il problema con la decisione di Cgil e Uil?
«Mi permetto di opinare che ciò che si è determinato in un arco di tempo lungo vent’anni non si può ribaltare in una sola legge di bilancio. La domanda rilevante qui è se questa legge di bilancio inverte la tendenza degli ultimi vent’anni, oppure no. E a me pare proprio di sì».
Cgil e Uil lamentano che anche un minimo contributo di solidarietà delle fasce di reddito più alte, anche solo per un anno, sia saltato.
«Credo sia stato un errore e un atto di ottusità della destra, che ha respinto la proposta di Mario Draghi. Vediamo però quello che c’è nella legge di bilancio e attorno ad essa. C’è una riforma degli ammortizzatori sociali che estende i diritti a figure che ne avevano pochi o nessuno, sia in costanza del rapporto di lavoro che in caso di fine perdita del posto, soprattutto ai precari. Anche il punto di equilibrio che si è trovato fra taglio all’imposta sui redditi personali, Irpef, e sulle imprese, con l’Irap, non penalizza certo il mondo del lavoro dipendente. Poi c’è un investimento nei livelli essenziali delle prestazioni sociali e riparte l’indicizzazione per le pensioni. Inoltre si allarga la platea dei lavoratori gravosi ammessi Ape sociale (la possibilità della pensione anticipata, ndr). Per la prima volta è istituito un fondo per la parità salariale di genere. Difficile negare che si siano fatto passi nella direzione di un allargamento delle tutele. A ciò si aggiungono gli investimenti sul sociale e sulle politiche attive che il sindacato auspicava».
Maurizio Landini, il leader della Cgil, denuncia la precarietà e la frattura sociale persistente…
«Ma è possibile pensare che una manovra di bilancio, poi con questa maggioranza così larga, cancelli la precarietà o riveda le condizioni della concertazione in un colpo solo?»
Il suo collega allo Sviluppo Giancarlo Giorgetti (Lega) dice che ci sono due Landini: uno ragionevole a microfoni spenti e uno intransigente in pubblico. Anche lei ha questa impressione?
«Anche in pubblico ci sono stati passaggi di disponibilità al dialogo sociale. Pensi al recente accordo sullo smart working. Ma nel momento in cui il dialogo sociale dà frutti, perché interromperlo? Una mobilitazione serve per conquistare un tavolo di confronto, invece ora il tavolo c’era già».
Il leader ha chiamato lo sciopero per legittimarsi all’interno con la sua base?
«Non mi avventurerei in questa lettura, la ricerca di legittimazione costante ormai caratterizza tutte le leadership. Dovremmo spiegare così ciascuna scelta di ognuno. Penso semplicemente che questa sia una scelta discutibile, alla luce di ciò che ho ricordato».
Una scelta per fare politica dal sindacato?
«Lo escluderei. Questo sciopero mi sembra legittimo, comprensibile, ma basato su un presupposto che non è condivisibile: cioè che con un singolo passaggio parlamentare, con questo quadro politico e con la pandemia non ancora alle spalle, si possano cancellare tendenze di fondo che connotano il nostro modello di sviluppo».
Qual è il suo messaggio al sindacato adesso?
«Si sono fatti passi avanti sulla sicurezza sui luoghi di lavoro. Ora c’è spazio per discutere il fatto che questa estrema frammentazione e precarietà della forza lavoro, oltre a essere ingiusta, è sempre meno compatibile con i grandi investimenti che si faranno su formazione e capitale umano».
È il momento di sedersi?
«È il momento di non interrompere il confronto».
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