Cambio di stagione, si sarebbe detto una volta. Ma è molto di più: quasi una conversione, come avviene dopo eventi eccezionali come la pandemia. In questo caso, a venire abbandonate sono le dottrine dell’austerità e del braccino corto, che hanno dominato per un decennio la politica europea. La storia, spintonata dalla pandemia, le aveva già scavalcate, costringendo i rispettivi profeti ad acconciarsi a programmi ambiziosi ed espansivi come il NextGenEu e la sua pioggia di miliardi sulle economie deboli. Ma qui non siamo alla riluttante accettazione, ma all’entusiastico abbraccio: una vera conversione. “Mai più frugali”, neanche in casa propria, si potrebbe dire, ricordando l’etichetta che i paesi più ostili agli ambiziosi progetti antipandemia della Ue si erano dati.
Ha cominciato la Germania che fu del rigorista Schaeuble, nel passaggio dall’era Merkel alla nuova coalizione, dove non c’è neanche un erede della Merkel. “Questo sarà un decennio di investimenti” proclama il nuovo cancelliere socialdemocratico, Olaf Scholz, facendo capire che il vincolo costituzionale del bilancio in pareggio sarà in qualche modo allentato. La chiave saranno “investimenti privati sostenuti da sussidi pubblici”, ma la sostanza (parole sue) è “una ondata di spese per ammodernare l’economia industriale e combattere il riscaldamento climatico”.
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In parte, dopo la lunga campagna elettorale e le interminabili trattative per la formazione del nuovo governo, era quello che ci aspettavamo. Ma dove l’inversione a U è più scenografica è in Olanda. Ricordate Mark Rutte, il capofila dei “frugali”, i paesi che volevano tenere abbottonato il bilancio europeo e sborsare il meno possibile contro la pandemia? Con un ennesimo equilibrismo (guida i governi olandesi dal 2010) Rutte è riuscito a formare un nuovo governo, che, però, non assomiglia affatto al precedente, anche se i protagonisti sono spesso gli stessi. Wopke Hoekstra, che deteneva il ministero delle Finanze, barricandolo contro i progetti di espansione dei bilanci Ue e gli eurobond, è sempre al governo, ma al ministero delle Finanze ci sarà un esponente dei D66, un partito tradizionalmente europeista. Soprattutto, cambiano le priorità di politica interna: Rutte promette, sulla scia di Scholz, una ondata di spese per la casa, scuola e università, difesa e lotta al cambiamento climatico, quanto basta per far saltare un sacro vincolo di Maastricht, come il tetto al 60 per cento del Pil per il debito pubblico.
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Tutto questo, naturalmente, non corrisponde ad una sorta di “tana libera tutti” che apra le cateratte di una spesa sfrenata della Ue. Tuttavia, governi con robusti programmi espansivi in casa propria difficilmente possono esaltare la frugalità a livello europeo. Aspettiamoci, dunque, un clima più disteso e comprensivo, al tavolo in cui si discuterà delle modifiche ai vincoli del Patto di stabilità. In queste condizioni, ad esempio, è difficile che resista il tetto al 60 per cento del debito sul Pil, mentre sarà, probabilmente, confermato il tetto al 3 per cento del disavanzo sul Pil. E sembra sempre più vicino un altro obiettivo italiano: lo scorporo degli investimenti, almeno per il clima, dal calcolo del deficit. In conclusione, se l’Italia continuerà – come sta già facendo grazie alla ripresa economica – a dimostrare che il peso del debito su un Pil in crescita va costantemente diminuendo, non dovrà temere scontri all’ultimo sangue.
Gli annunci che vengono da Berlino e dall’Aja hanno tuttavia una portata che va al di là degli aspetti puramente istituzionali del dibattito sul Patto di stabilità. Se i paesi più ricchi e, fino ad oggi, più avari con i propri soldi, cominciano finalmente a spendere, alimentando investimenti e consumi è tutta l’economia europea che, nell’ambito del mercato unico, ne beneficia. Il famoso “riequilibrio” più volte evocato, anche dalla Bce, fra paesi forti e deboli passa anche da maggior importazioni dei paesi forti dai paesi deboli. E noi siamo un paese capace di esportare molto.
