
MILANO – Sarà un 100 trillion world quello del prossimo anno, un mondo con un Pil cumulato per la prima volta sopra i 100mila miliardi di dollari. Dopo la buriana del Covid e con la necessità di procedere con le massime cautele legate alla variante Omicron, i dubbi sulla morsa dell’inflazione e le fragilità delle catene globali di forniture, il traguardo simbolico si avvicina di un paio d’anni rispetto a quel che si prevedeva all’apice della pandemia.
A fissare l’asticella per il 2022 è il rapporto natalizio del Centre for Economics and Business Research, think tank londinese. L’avvicinamento del traguardo è dovuto a un mix di fattori. L’aggiornamento della caduta dell’economia globale nel 2020 ha dipinto un quadro meno traumatico del previso: l’anno scorso il Cebr prevedeva un -4,4%, ora corretto al -3,2 per cento. I vaccini hanno spinto un recupero che – per quanto a macchia di leopardo e con molti settori indietro (turismo, su tutti) – è stato più forte delle aspettative: la stima sul Pil è del +5,5% nel 2021 (dal +5,3%) e soprattutto del +4,2% nel 2022 (dal +3,4% messo in conto dodici mesi fa).
Alcune immagini salienti della classifica: gli Stati Uniti saranno l’economia numero uno per un paio d’anni in più: ora il sorpasso cinese è preventivato per il 2030. L’India riprenderà alla Francia il sesto posto il prossimo anno, e nel 2031 (ci metterà un anno in più) sarà l’economia numero tre. Nonostante Brexit, il Pil britannico è sulla strada per esser il 16% più grande di quello francese, nel 2036. E l’Italia? Declino in vista: da ottava potenza attuale, a decima nel 2031 per scivolare a tredicesima nel 2036. Il rapporto riconosce al governo Draghi la bontà della campagna vaccinale e le misure per la ripartenza, che sarà tra le più forti del Vecchio continente. E rimarca l’importanza del Pnrr, non solo per le risorse ingenti che porta ma anche per la portata riformatrice richiesta. L’incertezza sul futuro del premier e il grande debito pubblico, che espone le finanze tricolori a temere una crescita dei rendimenti, restano punti di domanda sul futuro di medio e lungo periodo.
Attenzione, a livello globale, a cantar vittoria troppo presto: la revisione del Pil nominale in dollari per il 2022 che conduce a questo traguardo storico è al rialzo di 7,1 punti percentuali. Di questi, però, solo 2,2 sono vero prodotto aggiuntivo. Il resto della crescita è un effetto dei rincari e dell’impatto sul deprezzamento del dollaro. Douglas McWilliams, il vice presidente del think tank, ha rimarcato con Bloomberg come la sfida degli anni Venti sia proprio avere a che fare con la crescita dei prezzi: se il mix di politiche fiscali e, soprattutto, monetarie non riuscirà a tenere a bada l’inflazione, in particolare nella sua componente non-transitoria, “il mondo si dovrà preparare a una recessione nel 2023 o 2024”.
Detto di queste cautele, ci sono elementi di fondo che spiegano quanto sia importante il cambiamento in atto. La ripresa è a traino tecnologico, in primo luogo. E perché si compia il salto accelerato dalla pandemia, serviranno menti all’uopo: la stima del Cebr è che nel prossimo decennio servirà un numero di ingegneri e tecnici doppio rispetto a quello degli occupati attuali in questi ambiti. Altro tema determinante emerso negli ultimi mesi e destinato a restare è quello del cambiamento climatico con l’annessa transizione energetica. Da una parte c’è stata una crescita di consapevolezza della necessità di fare presto su questo sentiero. Ci sono un paio di stime citate nel report che danno l’idea del costo del cambiamento climatico: la Banca d’Inghilterra ha calcolato che i danni ambientali alle compagnie di assicurazione sono lievitati da 10 miliardi di sterline l’anno negli anni Ottanta a quota 50 miliardi negli anni Dieci del secolo nuovo. Le catastrofi climatiche da almeno 1 miliardo di dollari di danno censite dal governo americano sono passate dalle 7,1 in media del periodo 1980-2020 a una media di 16,2 nel solo periodo 2016-2020. La corsa ad azzerare le emissioni è dunque necessaria, ma costosa. Serviranno investimenti massicci e anche qui le stime sono le più disparate. Secondo il rapporto, immaginando ai fini dele stime che la metà degli investimenti per la decarbonizzazione sia passata sulle spalle dei consumatori, la spesa in termini reali dei consumatori stessi si ridurrà di circa 2 mila miliardi di dollari l’anno, per i prossimi 20 anni.
