MILANO – Sale l’attesa per l’esito dell’incontro di oggi pomeriggio tra esponenti del governo italiano e Aditya Mittal, l’ad del colosso dell’acciaio ArcelorMittal, per la definizione del futuro della ex Ilva.
Dopo numerosi rinvii e un duro scontro all’interno del governo tra il ministro Raffaele Fitto, incaricato dal premier Meloni di seguire il delicato dossier, e il ministro Adolfo Urso, che almeno da sei mesi spinge per una rinazionalizzazione dell’acciaieria più grande d’Europa, in queste ultime due settimane si sarebbe arrivati alla decisione di far tornare lo Stato in maggioranza attraverso il socio Invitalia. Ma l’iter è complesso e irto di ostacoli e dunque l’esito del vertice di oggi è ancora un punto interrogativo.
Gli accordi del 2020 e il peso dei soci
In base agli accordi del 2020, che avevano visto Mittal e Invitalia entrare in Acciaierie d’Italia con quote al 62% la prima e al 38% la seconda, la situazione azionaria avrebbe dovuto invertirsi dopo due anni, e così anche la conduzione sulla gestione dell’azienda. Ma nel 2022 si è deciso di comune accordo di prolungare di altri due anni la situazione visto che erano in corso gli investimenti per la messa in regola in termini ambientali delle emissioni dell’azienda, cosa effettivamente conclusa nell’agosto 2023.
L’assegno di Invitalia da 680 milioni
Ma a gennaio 2023, a causa della pandemia, della guerra in Ucraina e del conseguente rialzo dei prezzi dell’energia, Invitalia, cioé lo Stato, è stato costretto a immettere 680 milioni di euro che sono andati direttamente a pagare le bollette rimaste in sospeso con Eni e Snam per le forniture di gas. Questi soldi sono stati versati in conto aumento di capitale in previsione, appunto, della salita di Invitalia in maggioranza. Ma il contratto che definisce questo passaggio non è mai stato scritto, è rimasto sotto forma di termsheet, e dunque si presta a diverse interpretazioni.
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Chi comanda a Taranto?
Il nodo principale, a quanto si è potuto apprendere, riguarda proprio i diritti di governance, una volta che Invitalia avrà esercitato il suo diritto a salire al 60%, convertendo in capitale quei 680 milioni già versati. Quali saranno i diritti di Mittal una volta scesa al 40%? A chi spetterà la gestione della società? Punti che sembra non siano ancora stati risolti, viste le diverse interpretazioni degli accordi e degli scritti e che dovrebbero essere oggetto dell’incontro di oggi tra gli azionisti.
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Un braccio di ferro da 1 miliardo
A valle di ciò c’è la questione ancora più spinosa delle future risorse finanziarie da immettere nell’azienda. Gli ultimi due mesi sono trascorsi con i soci a battagliare su quanti soldi occorre versare e in che forma. Gli indiani si sono dichiarati disponibili a fare la loro parte in un aumento di capitale da 320 milioni per poi andare a verificare se ne servissero altri per l’acquisto degli impianti dai commissari, operazione che deve essere effettuata entro il 31 maggio. Invitalia da parte sua invoca un impegno maggiore, i 320 per la gestione corrente più un miliardo da impegnare subito per l’acquisto degli impianti. E su questo braccio di ferro si è concluso il 2023.
Se oggi le parti arrivassero a un accordo sulla salita di Invitalia al 60% e sulla nuova governance, il problema delle risorse finanziarie da versare ricadrebbe in gran parte sulle spalle dello Stato, che dovrebbe contribuire per intero a quel miliardo e 320 milioni visto che difficilmente Mittal contribuirà per la sua parte scendendo in minoranza. Se così fosse il gruppo franco indiano verrebbe diluito ulteriormente e verrebbe creato lo spazio per l’ingresso di un nuovo partner industriale da cercare in Italia o all’estero (ma senza produzioni di acciaio in Europa).
Un ulteriore ostacolo da superare riguarderebbe una eventuale procedura di infrazione da parte della Ue per aiuti di Stato, una volta che Invitalia salisse al 60%. Ma il socio privato Mittal aveva versato 1,8 miliardi per entrare in Ilva e lo Stato italiano più o meno investirebbe la stessa cifra, senza contare che negli ultimi anni sia Francia che Germania hanno proceduto a nazionalizzare i loro colossi industriali dell’energia senza incorrere in alcun richiamo da parte della Ue.
