MILANO – Una percentuale di giovani che non studiano né lavorano (Neet) “tra le più elevate dell’Ocse”, meglio solo di Colombia e Turchia, “il che produce effetti negativi a lungo termine sulle competenze richieste dal mercato del lavoro”. Scarsi risultati dell’istruzione terziaria che rispecchiano finanziamenti al lumicino, “visto che la spesa per studente è inferiore di circa il 30%” rispetto alla media dei Paesi più avanzati. Una disoccupazione giovanile che resta tra le più elevate, così come il delta negli assegni di uomini e donne secondo solo a quello della Turchia.
La qualità dell’occupazione
25 Gennaio 2024
Tre (vastissmi) ambiti di problematiche – politiche attive, istruzione terziaria, gender gap – che se affrontati con decisione potrebbero generare un enorme ritorno all’Italia. Tanto che il Pil pro capite potrebbe aumentare del 3,5%, entro il 2050.
Le indicazioni arrivano in uno degli approfondimenti dell’analisi Ocse sul nostro Paese, pubblicata a inizio settimana.
L’Organizzazione parigina segnala che la causa dei bassi livelli della partecipazione femminile al mercato del lavoro, è dovuta non solo ad un problema di lavoro di cura concentrato sulle donne e alla presenza di stereotipi nel percorso educativo che spingono le femmine molto spesso fuori dai percorsi Stem (quelli che poi rendono più semplice entrare nel mercato del lavoro con retribuzioni più alte) ma anche ad un nodo fiscale. “Se, da un lato, il calcolo delle imposte in base al reddito individuale anziché quello congiunto del nucleo familiare e la recente introduzione di un supplemento al sussidio per i genitori destinato al percettore secondario di reddito (Assegno Unico Universale) incentivano la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, sottolinea l’Ocse, il sistema fiscale e previdenziale rimangono, in linea di massima, favorevoli alle famiglie monoreddito. Ciò rispecchia in larga misura le prestazioni sociali subordinate al reddito del nucleo familiare e il credito di imposta del coniuge a carico, che dovrebbero essere gradualmente eliminate”.
Secondo l’Ocse l’aumento del numero di iscrizioni all’istruzione terziaria potrebbe far crescere il Pil pro capite dell’1,5% . “La quota di laureati nella popolazione di età compresa tra i 25 e i 34 anni – scrive l’Organizzazione – è la seconda più bassa dell’Ocse dopo il Messico, e molti neolaureati emigrano. Tra il 2011 e il 2021 l’emigrazione netta cumulata di neolaureati è stata di circa 110mila persone”. L’Ocse segnala anche come il nostro sistema universitario penalizzi i ricercatori più brillanti spingendoli all’emigrazione a causa di retribuzioni basse e di mancanza di incentivi legati alla performance. Occorrerà garantire – si legge – condizioni di lavoro più attraenti e un legame sostanzialmente più forte tra performance e retribuzione. La retribuzione media dei ricercatori italiani è bassa rispetto ai dati rilevati per Francia, Germania e Regno Unito, soprattutto al livello di ingresso . Ciò scoraggia i ricercatori di talento dall’intraprendere carriere accademiche, privando le università italiane dei migliori talenti della ricerca”.
Ma è sulle politiche attive che dovrebbe concentrarsi la sfida dei prossimi Governi con un miglioramento che potrebbe valere l’1% del Pil. L’introduzione dell’assegno di formazione (Supporto per la Formazione e il Lavoro ) al posto del Reddito di Cittadinanza per le persone occupabili potrebbe comportare – sostiene l’Ocse – risparmi di bilancio pari a circa l’1 % del Pil sul breve termine ma “rischia di conseguire tali risultati a scapito dell’aumento della povertà dei percettori, in particolare di coloro che non possono accedere a una formazione adeguata o che hanno raggiunto la durata massima della prestazione”. Secondo l’Ocse “occorre rafforzare gli incentivi finanziari correlati all’assunzione di un impiego” e ” assicurare un deciso potenziamento del sistema di formazione.
La creazione di una nuova piattaforma digitale (Sistema informativo per l’inclusione sociale e lavorativa, Siisl) rappresenta un passo positivo, ma l’Ocse suggerisce di “armonizzare i 21 quadri di accreditamento a livello regionale per i prestatori di servizi per l’impiego in un unico quadro a livello nazionale onde garantire che i fornitori attivi sulla nuova piattaforma SIISL soddisfino gli standard minimi di qualità”.
