MILANO – Tim sotto pressione, con le vendite allo scoperto ai massimi di sempre (il 19% del totale), il titolo che fatica a recuperare dopo il crollo in concomitanza con il nuovo piano industriale del 7 marzo, e in vista dell’assemblea del 23 aprile che dovrà rinnovare il consiglio e votare la lista del management guidato da Pietro Labriola.

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Fondi in fuga

Anche il più grande investitore al mondo, ovvero il fondo BlackRock, ha deciso non solo che Tim non è e un azienda su cui investire, ma anzi è un titolo che va venduto allo scoperto, perché è destinato ad andare sempre peggio anche se da inizio anno ha perso il 28% del suo valore scivolando a 0,22 euro.

“Noi abbiamo fatto quello che deve fare lo Stato – ha commentato il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti – L’unica cosa possibile l’abbiamo fatta, poi valuterà il mercato se avventurarsi in altre direzioni“.

Il Mef si è infatti impegnato a rilevare da Kkr fino al 20% della rete di Tim, riservandosi diritti di governance, ed è in trattativa per comprare sempre da Telecom Italia il controllo di Sparkle, la società dei cavi sottomarini che collega l’Italia a Israele e al resto dell’Europa. In proposito per valorizzare di più Sparkle il Mef avrebbe contattato il fondo Asterion che controlla la rivale Retelit: un accordo che farebbe lievitare da 750 a 800 milioni (con gli earn out) la valutazione.

Il Mef attraverso Cdp (socia al 9,8%) si è poi impegnato a votare per la lista Labriola che tra le sue fila fa spazio anche al presidente della Cassa, Giovanni Gorno Tempini.

Sindacati alla mobilitazione

Le dichiarazioni di Giorgetti lasciano però di stucco i sindacati, anche perché la crisi finanziaria del gruppo avrà delle ricadute industriali, e il management di Tim non ha dato nessuna garanzia sull’occupazione. Nemmeno il presidio al Mimit contro la cessione della rete Tim ha prodotto qualche “risultato apprezzabile”.

“E’ dal 2023 che chiediamo di conoscere che impegni ha preso l’azienda con gli americani del fondo Kkr – commenta Salvo Ugliarolo della Uilcom – non abbiamo ricevuto nessuna risposta ufficiale e le voci che ci arrivano per le vie ufficiose non fanno presagire nulla di buono. Il governo deve prendersi le proprie responsabilità, in assenza di un vero confronto siamo pronti a chiedere una mobilitazione a difesa del destino delle persone” .

Il ruolo di Vivendi

La situazione è acuita dal fatto che il piano Free to run presentato da Labriola il 7 marzo è stato criticato dagli investitori, perché giudicato troppo ambizioso e non realizzabile, una questione che rende la conferma di Labriola al timone di Tim meno scontata.

In proposito il fondo Merlyn guidato dall’ex banchiere di Jp Morgan Alessandro Barnaba ha già detto che presenterà una lista di 10 nomi, tra cui quello dell’ex manager di Tim Stefano Siragusa, che potrebbe essere appoggiata sia da fondi stranieri come King Street Capital Management e di Circuits Llc, sia da un gruppo di imprenditori italiani coordinati da Francesco De Leo, Galeazzo Pecori Giraldi e Mario Carlo Ferrario.

Non è ancora chiaro cosa voglia fare la Bluebell di Giuseppe Bivona, che parrebbe orientata a presentare una sua lista di minoranza. Ad ogni modo la lista Labriola, quella Merlyn e l’eventuale lista Bivona, avranno successo solo se riusciranno a intercettare i voti di Vivendi (padrona del 23,75% di Tim), che finora è stata critica sia sull’attuale governance, sia sulla vendita della rete a 18,2 miliardi, un prezzo che fin da subito a giudizio dei francese è stato ritenuto troppo basso nonché insufficiente a risolvere i problemi del debito di Tim.

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