MILANO – La battaglia per ribaltare la Disney si avvia verso una vittoria del suo board, e in particolare del numero uno Bob Iger, capace di coalizzare un numero sufficiente di voti per difendersi dagli attacchi dei fondi attivisti.

La verità definitiva è attesa dall’assemblea degli azionisti, ma la stampa finanziaria anglosassone è convinta che i giochi siano ormai fatti e che il fondo speculativo Trian Fund Management di Nelson Peltz non riuscirà nel suo intento di entrare nella stanza dei bottoni della società dell’intrattenimento, con lo stesso Peltz e l’ex direttore finanziario della Disney Jay Rasulo.

Stando alle fonti della Reuters, a martedì sera – fatta salva la possibilità di cambi di idea all’ultimo miglior – c’erano sufficienti forze schierate dalla parte di Iger. Il ceo è stato richiamato in Disney nel 2022, dopo i lunghi anni del suo comando e una parentesi di nemmeno tre anni che sembrava aprire alla sua successione, ma si è risolta in un ritorno al passato.

Nei sei mesi di battaglia con l’attivista, Iger ha schierato tutta la sua rete di relazioni con Wall Street per vincere la sfida. Il capo di JpMorgan, Jamie Dimon, come ricostruisce il Financial Times gli ha offerto sostegno. Così come esponenti della dinastia Disney, e azionisti in vista quali il creatore di Star Wars, George Lucas. Norges Bank, T-Rowe Price e altri importanti soci non hanno fatto mancare la loro sponda. D’altra parte, Peltz ha portato le carte del proxy advisor Iss e del fondo pensione californiano Calpers, ma a quanto pare non è bastato per fare breccia nell’arrocco di Iger.

Che d’altra parte negli ultimi tempi si è anche premurato di farsi ben volere dal mercato: ha assicurato un miglioramento della generazione di cassa, investimenti miliardari in Epic Games, taglio dei costi in modo da far fare al dividendo un +50% e lancio di un programma di riacquisto di azioni (uno dei modi per soddisfare la volontà degli investitori di liquidare il titolo a condizioni favorevoli) da ben 3 miliardi.

Le critiche mosse dall’attivista ad Iger erano incentrate sul ritardo nello sviluppare la strategia di streaming, di aver strapagato la Fox (71 miliardi nel 2019) e di non aver dato la scossa alla capacità creativa delle sue produzioni. Peltz (già presente in battaglie in P&G o Heinz) ha anche accusato la Disney di una strategia “woke” a suo modo di dire fallimentare, con una sovrarappresentazione di donne e personaggi di colore in titoli quali i Marvel e Black Panther. Sull’eccesso di “politicamente corretto”, d’altra parte, anche Iger aveva fatto autocritica con un richiamo ai suoi creativi. Tra i punti discussi, anche il piano di successione dello stesso Iger che per il momento è sotto contratto fino al 2026.

Se non altro, Peltz si può metter la stelletta di aver contribuito a ravvivare il titolo. Le contromosse di Iger alla sua iniziativa attivista hanno infatti generato un rialzo di circa un terzo dell’azione, quest’anno. E dire che, dalla bolla dello streaming del post-Covid (marzo 2021 ci fu un picco a 197 dollari), l’azione Disney era in calo costante. Ora quota sui 123 dollari.

Anche Blackwells Capital, un altro hedge fund, aveva provato a inserirsi nella partita proponendo tre candidati per il board, senza successo.

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